Dolina dolens

>> mercoledì 31 dicembre 2008

Ci si arrivava da una stradina a sinistra poco prima dell'abitato di Fernetti 1. Si lasciava il nastro d'asfalto per addentrarsi su una strada in terra battuta (“carso battuto”, dovrei dire, visto che, da noi, le strade di quel genere di terra ne hanno ben poca).



Ad uno slargo si doveva lasciare l'automobile e continuare a piedi .... Arrivavano incontro delle colonne alte, in pietra del carso 2 , monoliti che si ergevano nella radura a segnare la via. Poi i tre archi, in pietra carsica come tutto ciò che ci attendeva.



Si giungeva al bordo della dolina 3..... ed il luogo non diventava certo meno strano!






In alcuni punti, dal bordo, sorgevano costruzioni, sempre bianchissime, sempre sconnesse, sempre di pietre grezze trovate nei dintorni; dai tetti spianati e coperti da rampicanti, che dal suolo salivano infrattandosi tra i sassi aspri e spigolosi di quelle arcaiche case, sorgevano a volte pinnacoli dalle strane, ma sempre naturali, forme bianche.



I fianchi della dolina erano segnati da un sentiero comodo che, a spirale, scendeva fino all'ampio fondo. Sul lato verso monte continuavano, per tutto il percorso, ad aprirsi celle, ripostigli, antri, a volte chiusi da cancellate di rami intrecciati, alternati ad alberi che spesso coprivano il cielo. Ma cosa avrebbero dovuto contenere?



Il lato esterno del sentiero era delimitato da stele di varie dimensioni e ancora alberi e fronde che salivano dai piani inferiori. A volte ci si ritrovava a camminare sotto volti e volute ed il fondo lo si vedeva tra un'arcata e l'altra.



Il mondo conosciuto sembrava ormai lontano, confinato dai primi tre archi in pietra, ed il silenzio caratteristico delle doline aumentava l'aspetto surreale del luogo. Neppure la bora 4 riusciva facilmente a rompere quei confini non segnati.



La spirale finiva in uno spiazzo largo e sgombro da rami e fusti, contornato ancora da strane costruzioni, al centro un tavolo in pietra lungo: da un lato scranni dall'alto schienale, dall'altro sgabelli bassi.



Davanti agli alti scranni, in alto sull'ultima voluta del sentiero, esposto alla vista di tutti, ma protetto alle spalle da una colonna di pietra che si apriva ai lati in due archi, un .... trono?
Ai suoi piedi, sul fondo una specie di altare sacrificale, forse, o un focolare.



Cos'era tutto questo?



Di nomi ne aveva tanti. Per me e per i miei compagni era il Tempio del Sole, ma per molti è stato il Tempio della Luna, la Dolina dei Druidi, la Dolina delle Streghe, più semplicemente la Dolina di Fernetti o, ancora meno pittorescamente, la Dolina Rossoni.



Si diceva che di notte era meta di spiritisti, che si tenevano messe nere, forse orge rituali.



Si diceva che solo quando la luna infilava i suoi raggi fino al fondo della dolina, gli schienali degli alti scranni prendevano vita ed i Saggi (o i Giganti) che lì sedevano lasciavano vedere i loro volti.



Si diceva .. ma io, in nessuna delle discese durante l'arco di circa 5 anni, ho notato nulla di funesto, di torbido o di maligno (tranne qualche mozzicone di candela consumata) ed il mio diciannovesimo compleanno, festeggiato in quel posto “fuori”, non scatenò né le ire degli elementi né quelle di oscuri dei. Men che meno venni punita per essermi seduta tante volte sul Trono del Re, chiunque egli fosse.



Devo ammettere, però, che forse neppure la curiosità senza limiti dei miei sedicianni avrebbe vinto la paura di scendere lì di notte, al chiaro di luna.



Si dice, ancora, che altro non fosse che un set cinematografico per un film mai nato. Altre voci lo vogliono costruito dai nazisti cultori del “Sole Nero” 5.



Molti “si dice” per una manciata di ricordi di 30 anni fa, di un'età nella quale non ci si meraviglia quasi di nulla perchè ogni giorno porta una meraviglia diversa, nella quale non ci si chiedono tanti perchè, visto che tutto è nuovo e tutto è possibile.



L'ho cercato pochi giorni fa, quel luogo, ritrovandone le tracce nel web e scoprendo che l'autoporto di Fernetti 6 l'aveva solo sfiorato, non cancellato come credevo. L'ho ritrovato distrutto non solo dal tempo, forse dall'abbandono degli dei o delle misteriose sette sataniche, forse semplicemente dal vandalismo dell'uomo; la natura ha ripreso il possesso di quella dolina, le intemperie hanno segato i suoi fianchi, cancellando quasi il sentiero.








E se da un lato ho scoperto che i monoliti avevano un'anima in tondino di ferro che li rendeva solidi e svettanti e che i tetti degli stazzi erano impermeabilizzati con telo catramato, dall'altro ho ritrovato quella strana e surreale atmosfera che ricordavo.



Set cinematografico, dicevano. Quindi una costruzione fatta per durare qualche mese. Perchè rinforzare le colonne con tondino di ferro, allora? Perchè impermabilizzare i tetti?



Opera della frangia mistica dei nazisti? Forse le tecniche costruttive che oggi si possono veder riaffiorare dalle macerie sono troppo recenti.



Troppo costosa e troppo laboriosa, credo, anche per qualche setta locale.




Chi allora né è l'autore?



Questa è una domanda che giro a voi..... visto che nessuna luna può dar vita ormai ai profili dei saggi Giganti, scomparsi, anche loro, con gli alti scranni.











1.Frazione di Monrupino (il più piccolo comune della provincia di Trieste), situato sul confine con la Slovenia



2.Il termine carso deriva dalla parola indoeuropea Kar che significa pietra, roccia. Il carso è formato prevalentemente da rocce calcaree (chimicamente sali quindi altamente attaccabili dall'acqua), che costituiscono la quasi totalità del suolo carsico, alternate a vegetazione discontinua. Questa struttura rende il terreno sconnesso e fortemente penetrabile dall'acqua, proprio per questo motivo è difficile trovare in carso corsi d'acqua o stagni, posto che l'acqua penetra direttamente nel sottosuolo.



3.Deriva dallo Slavo dol (valle), originate da un punto nel quale il terreno è particolarmente penetrabile dall'acqua. Da questo punto inizia a diffondersi un'azione di erosione che determina un rapido abbassamento del livello del suolo.



4.Deriva da boreale (settentrionale) ed è un vento freddo di provenienza nord/nord-orientale, discontinuo (che alterna cioè raffiche improvvise a totale calma di vento). A Trieste soffia con direzione est – nord-est, causando anche vivaci moti ondosi e di deriva. La bora può essere chiara (con cielo terso) o scura (con cielo nuvoloso).



5.Schwarze Sonne (Sole Nero): simbolo solare che sembra fosse usato dalla Vril Gesellschaft, associazione esoterica dei primi anni '20 del XX secolo, e che è poi stato assorbito anche nella mistica nazista.



6.Terminal Intermodale di Fernetti: situato sull'omonimo confine con la Slovenia rappresenta uno dei corridoi più importanti del traffico su ruote ed è collegato anche con le strutture ferroviarie.









video










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Andavo a 100 all’ora

>> martedì 30 dicembre 2008

Gli anni a cavallo tra la fine del XIX° secolo e l’inizio del XX° furono caratterizzati da moltissime scoperte ed invenzioni ed una di queste fu l’automobile.



Già agli inizi del 1800 esistevano veicoli a motore alimentati a vapore, ad alcool o a gas, ma il salto di qualità si ebbe con l’invenzione nel 1841 di una macchina igneo-pneumatica per il sollevamento dell’acqua da parte di Luigi De Cristoforis, introducendo successivamente l’uso di combustibili liquidi come i vapori di nafta, che fu alla base dell’invenzione del motore a scoppio poi brevettato da Nicolò Barsanti (1821–1864) e Felice Matteucci (1808-1887) nel 1854.



Il primo a capirne la grande portata fu Benz che nel 1886 lo applicò per la prima volta nella storia dell'uomo su un triciclo seguito dopo poco da Daimler.



In quegli anni si assistette al proliferare di fabbriche di automobili in tutta Europa ed Austria e Italia non furono da meno con l’Austro-Daimler, la Gräf & Stift, la Steyr-Puch, la Laurin-Klement l’una, con la Fiat, la Brixia-Zust, l'Alfa Romeo, l’Isotta-Fraschini l’altra.



Autoscuola Pasco

A Trieste, nel 1905 risultavano registrati presso la Prefettura una trentina di veicoli: "la possente Benz del barone Alessandro Economo ed il cosidetto “postiglione” del cavalier Onorato Gorlato, realizzato in legno sagomato, così come l'Adler dell'avvocato Emilio Richetti".1






Poteva Trieste fare a meno di fabbricare automobili? Certo che poteva.





Ed infatti nel 1906, per volontà di un gruppo di appassionati dell’automobile e di finanzieri, tra i quali Edmondo Richetti2 e ad Ettore Modiano3, nacque, con la doppia ragione sociale di Alba Fabbrica Automobili S.A. ed Alba Automobilwerke Aktiengesellschaft, il primo stabilimento destinato alla costruzione di autovetture di Trieste. Lo stabilimento si trovava dalle parti di San Sabba4.





Nel 1907 vennero progettati ad opera del Direttore Tecnico Ingegner S. Bauer, due telai denominati 18/24 HP e 35/40 HP, ma solo il secondo venne poi realizzato5.


Questo modello dotato di un motore a 4 cilindri verticali da 6868 cc, con trasmissione a cardano, cambio a 4 velocità più retromarcia, velocità dichiarata 97 chilometri all’ora, venne presentato al Salone dell’Automobile di Parigi dello stesso anno ottenendo un buon successo di critica e di pubblico.




Ringalluzzita dal successo forse inaspettato, la fabbrica assunse fino a 150 operai, i modelli delle carrozzerie venivano creati individualmente sulla base delle richieste degli acquirenti e prodotti a Vienna dalla Schafrenek & Lonar.





L’ottimismo non venne però ripagato da altrettanto successo. Sarà perché una vettura con quelle caratteristiche era destinata ad una elite, sarà perché chi desiderava un’automobile e poteva permettersela aveva già acquistato uno di quei modelli che andavano per la maggiore in quei tempi, sarà per una scarsità di pubblicità anche a livello locale, ma gli ordini non arrivavano: solo nove furono le vetture prodotte nel corso del 1908.



Alla fine di quello stesso anno l'assemblea degli azionisti deliberò lo scioglimento della società. La liquidazione avverrà poi nel 1911.



Le vetture rimaste invendute furono messe in servizio come auto da piazza nel tratto tra Barcola e Miramare.



Nel 1924 ci riprovò la San Giusto Fabbrica d’Automobili S.A. con una vetturetta rivoluzionaria per l’epoca, una trazione posteriore da 750 cc. di cilindrata progettata dall’Ingegner Guido Ucelli di Nemi (1885-1964).



Il telaio venne presentato al Salone dell’Automobile alla Fiera di Milano nello stesso anno e suscitò un grande interesse.



Scrive Auto Italiana, una delle più autorevoli riviste del tempo: “Nello stand della Sangiusto trovasi la maggiore novità e la più interessante di tutto il Salone”.



La San GiustoIl motore, un piccolo quattro cilindri di 750 cc, raffreddato ad aria per mezzo di un radiatore comandato meccanicamente dal motore stesso, è infatti sistemato posteriormente e forma un gruppo unico con la scatola del cambio e quella del differenziale, gli assali anteriori e posteriori e permettono alle ruote stesse di oscillare indipendenti ed i cilindri sono sistemati all’interno di una camicia d’alluminio nella quale circola l’aria aspirata dal radiatore.



Una concezione che anticipa in maniera sorprendente quelli che sarebbero stati, negli anni successivi, gli orientamenti della tecnica automobilistica.



Eppure, spenta l’eco del Salone dell’Automobile, già dopo pochi mesi la vetturetta triestina non fece più parlare di sé. La San Giusto venne costruita infatti in non più di una ventina di esemplari.



L’azienda, posta in liquidazione già nel 1926, fu definitivamente cancellata dal Registro delle Ditte nel 1928.



E qui finisce la storia dell’automobile costruita a Trieste.



Per la verità, nel 1923 ci volle provare anche la Ford Motor Company d’Italia, ma nello stabilimento di Trieste si assemblavano semplicemente parti staccate costruite in Inghilterra del modello A e delle trattrici Fordson. Da Trieste le autovetture e i trattori venivano poi distribuiti oltre che in Italia, anche nei Balcani e nei paesi del medio Oriente.



In ogni caso anche lo stabilimento Ford non resistette molto di più. La presenza di fabbriche straniere sul suolo nazionale venne vista come una insidiosa concorrenza per l’industria italiana, che premette sul Governo per una protezione dei nostri prodotti. Lo stabilimento Ford Motor Company d’Italia di Trieste venne chiuso d’autorità dal Prefetto locale su telegramma del Duce, “per superiori motivi d’interesse nazionale”, il 26 ottobre del 1929.



Delle due vetture triestine rimangono poche tracce.



I più curiosi potranno recarsi presso il Museo Nazionale Carlo Biscaretti di Ruffia di Torino, o presso il Museo Nazionale della Scienza e della Tecnologia “Leonardo da Vinci” di Milano dove sono conservati due telai della San Giusto.



telaio della San Giusto

I nostalgici potranno recarsi di prima mattina sul Colle di San Giusto a contemplare l’Alba.

…magari da dietro i vetri di una Ford.











1. Tratto dal sito dell’Automobile Club di Trieste




2.Segretario Generale delle Assicurazioni Generali dal 1894 al 1909




3.Figlio di Saul David Modiano fondatore dell’omonima industria di grafica e carte da gioco




4.A Zaule secondo altre fonti




5.L’immagine è tratta dal sito EuroOldtimers.Com

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Gerhard Zucker, il genio deflagrante

>> domenica 28 dicembre 2008

L’Ingegner Gerhard Zucker nacque nel 1900 a Hasselfelde in Germania. Le prime notizie che si hanno di lui è che produceva burro e formaggi nella sua terra natia.



Folgorato sulla via della polvere pirica, nel 1931 iniziò ad effettuare diversi esperimenti nei villaggi della regione con dei razzi di sua progettazione destinati, nella sua idea, a trasportare corrispondenza.



Allontanato dalle autorità locali, durante il 1933 iniziò a girare la Germania per presentare il suo stupefacente “razzo operativo riutilizzabile di 5 metri di lunghezza, 360 chilogranmmi di peso, in grado di volare per 400 chilometri ad un’altitudine di 1000 metri e ad una velocità di 1 chilometro al secondo e capace di ritornare al punto di partenza dopo aver rilasciato un carico o aver effettuato fotografie ricognitive”.



Zucker organizzò un’esposizione dimostrativa a Cuxhaven sulla costa settentrionale della Germania nell’aprile del 1933. Una folla di personalità e di curiosi si riunì per assistere all’imperdibile evento: dopo aver percorso circa 15 metri oscillando nell’aria, il razzo si schiantò inesorabilmente al suolo.



Zucker non si scoraggiò per così poco e riprese il tour attraverso la Germania organizzando nuove dimostrazioni e vendendo speciali fascette ed annulli per la sua “posta espresso via razzo”. Le lettere spedite con quel mezzo dovevano obbligatoriamente essere munite della fascetta e dell’annullo ufficiale, pagando ovviamente un sovrapprezzo.






Nell’inverno tra il 1933 e il 1934 le straordinarie potenzialità del razzo furono mostrate alle gerarchie militari naziste, che pare non rimasero particolarmente impressionate.



Nel corso del 1934 allora il pirotecnico Ingegnere prese a girare l’Europa per piazzare il suo prodotto.



L’ Olanda, il Belgio, la Svizzera furono teatro delle sue mirabolanti imprese ed anche l’Italia non volle sottrarsi.



A quell’epoca in Italia c’erano già più di novanta capoluoghi di provincia ed ottomila comuni, ma dove organizzò i suoi esperimenti l’esplosivo Ingegnere? Ma naturalmente a Trieste.



Zucker fece preparare speciali fascette triangolari per commemorare l’evento. Per il trasporto via “razzo espresso ” veniva richiesta una piccola sovrattassa di 5 e 7,70 lire segnalata nell’apposita fascetta, quando la normale affrancatura era di 10 centesimi (25 per l’estero)!






L’esperimento si svolse il 31 ottobre del 1934 e non si sa per quale imprevedibile intervento soprannaturale fu coronato da successo.



Il razzo venne lanciato pare da Zaule ed atterrò a Trieste , un viaggio di pochi chilometri, dopodichè la posta venne inoltrata con mezzi convenzionali. Tutte le 1600 lettere arrivarono a destino .





Ci sarebbe da chiedersi chi furono quei 1600 temerari triestini che affidarono le loro missive al detonante Ingegnere ed alla sua macchina volante. Si possono capire i filatelici che inviarono la lettera a loro stessi attendendosi un aumento di valore di quelle buste “affrancate e viaggiate” in quel modo tanto singolare, ma gli altri? Bah, ognuno dia la risposta che crede…



Nel 1934 l’infiammabile Zucker si spostò in Gran Bretagna dove in maggio espose il suo razzo alla London Air Post Exhibition. Il fotografo Robert Hartman e la filatelica Signora Dombrowski fiutarono l’affare ed idearono il modo per ottenere migliaia di sterline dalla vendita della corrispondenza trasportata dal razzo di Zucker.



Zucker obiettò che vi sarebbero stati problemi a replicare i brillanti esperimenti effettuati in Germania perché i Nazisti avevano vietato il trasporto al di fuori dei confini della Germania del propellente speciale indispensabile all’azionamento del razzo e perché la rampa di lancio aveva necessità di un olio lubrificante tedesco dalla formulazione segretissima. La Signora Dombrowski si dichiarò addirittura disposta a recarsi in Germania per procurarsi tutto ciò che fosse indispensabile per la realizzazione del progetto facendogli superare il confine nascosto all’interno delle sue cappelliere.



Davanti a cotanta tenacia ed abnegazione, con brillante improvvisazione Zucker riuscì a costruire un modello più piccolo del suo razzo usando materiali sostitutivi (incluso del burro come lubrificante).



Il 6 giugno del 1934, di primo mattino, Zucker, la signora Dombrowski, un giornalista ed un fotografo del London Daily Express, un editore di una rivista filatelica ed Hartman si riunirono su una collina del Sussex. Dopo un primo lancio senza carico coronato da successo, vennero effettuati due lanci con i razzi carichi di corrispondenza. Gli osservatori videro i razzi sollevarsi nel cielo fino ad una altezza di 800 metri.



Il giorno dopo il London Daily Express diede la notizia del lancio del “Primo razzo postale britannico” prevedendo che di lì a poco sarebbe stato inaugurato un servizio postale regolare via razzo espresso tra Dover e Calais.




Il passo successivo era quello di cercare di impressionare i dirigenti della Royal Mail sulle potenzialità della posta a mezzo razzo espresso.



Zucker annunciò un volo dimostrativo di 1600 metri tra la città di Harris e l’isola di Scarp. Il razzo impiegato aveva una lunghezza di poco più di 1 metro ed un diametro di 18 centimetri ed era dotato di un propulsore di 55 centimetri di lunghezza per 6 centimetri di diametro. La parte restante venne imbottita di 1200 lettere pre-affrancate e altamente redditizie . I funzionari governativi il 31 luglio del 1934 poterono osservare il razzo sollevarsi in aria ed esplodere seminando lettere in fiamme sulla spiaggia sottostante. Zucker sostenne che le cause dovevano ricercarsi probabilmente in un cattivo assemblaggio delle cartucce del propellente. Tuttavia le buste sbruciacchiate che vennero recuperate ottennero un buon successo tra i collezionisti.



Gli Inglesi accusarono Zucker di essere una “minaccia per il Servizio Postale Nazionale e per la sicurezza del Paese” e lo rispedirono in Germania, non si sa se trascinato per le orecchie o inoltrato con uno dei suoi mirabolanti razzi postali.



Appena rientrato in Patria, Zucker fu arrestato pare per sospetto collaborazionismo con gli Inglesi, ma poiché l’arresto venne commutato in un ricovero coatto presso una casa di cura a patto che la smettesse coi suoi esperimenti, si sospetta che le motivazioni fossero altre.



Alla fine della seconda guerra mondiale, spostatosi a pochi chilometri di distanza dalla sua città natale, iniziò l’attività di vendita di mobili e contemporaneamente riprese i suoi esperimenti sui razzi. Uno studente rimase ucciso a Braunlage nel 1964 nel corso di uno di questi esperimenti cosa che portò il governo tedesco a bandire lanci di razzi non militari oltre i 100 metri di altezza su tutto il territorio nazionale. Ciò nonostante, nel corso degli anni 1970, Zucker riprese di nascosto i lanci di corrispondenza via razzo espresso.



Zucker morì nella sua casa nel 1985. La sua anima si sollevò con un razzo espresso e sparì in un bagliore accecante: non è dato modo di sapere se l’anima arrivò a destino.

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I record del dongiovanni allampanato

>> lunedì 22 dicembre 2008

Tutte le notti, da buon ammaliatore, fa l’occhiolino alle navi e alle imbarcazioni che incrociano nell’alto Adriatico. Impossibile non vederlo con la sua mole dal mare, altrettanto impossibile se si percorre la Strada del Friuli.



Simbolo un po’ bistrattato di Trieste, il Faro della Vittoria è invece, forse ad insaputa degli stessi triestini, una costruzione davvero unica e da primato.



E’ innanzitutto l’unico faro per la navigazione ancora in funzione che abbia il doppio ruolo di faro e monumento ed è anche l’unico che sulla sua sommità rechi una statua e che statua, un colosso di ben 7 metri e 20 centimetri, pari ad un palazzo di oltre due piani.



L'idea di costruire quest'opera si manifestò già nel 1918. Originariamente il faro avrebbe dovuto sorgere sulla costa istriana, nelle vicinanze di Pola, ma, grazie all’interessamento della Lega Navale, si decise di edificarlo nel golfo di Trieste e in un luogo fortemente simbolico, sulle solide fondamenta del bastione rotondo dell'ex-forte austriaco Kressich.



Il forte Kressich occupava allora il Poggio della Gretta a 60 metri sul livello del mare e costituiva uno dei capisaldi a protezione della città da tutti i pericoli che potevano giungere dal mare.




Costruito tra il 1854 ed il 1857, era un’opera difensiva formidabile: la sua elevazione dal mare lo rendeva invulnerabile ai colpi delle artiglierie navali non avendo a quel tempo i cannoni delle navi un alzo sufficiente a superare quel dislivello. Verso il mare si aprivano le massicce feritoie ed era posizionata la rondella principale1, i suoi sotterranei a prova di bombardamenti, si dice giungessero fino alla chiesa di Barcola. Da terra il forte era protetto da un ampio fossato ed un ponte levatoio mentre un doppio sistema di porte ne consentiva l'accesso.



Il progetto per il nuovo faro venne affidato all’architetto triestino Arduino Berlam 2, che presentò diverse soluzioni, ma tutte furono scartate. Per invogliare ancor di più alla costruzione dell’opera, il Berlam rinunciò pure al proprio compenso, versando inoltre un pari importo in favore delle casse del Comitato del Faro.



I lavori per la realizzazione del faro vennero finanziati, oltre che dal Berlam e dalle autorità nazionali, anche da sottoscrizioni private di banche, assicurazioni e privati cittadini.



Le difficoltà nella scelta del progetto furono presumibilmente dovute all’aspetto monumentale della costruzione e non a quello del faro di segnalazione.



Che bisogno c’era in effetti di costruire un faro così ciclopico su un colle alto già 60 metri dal livello del mare? In genere fari così alti si costruiscono sul mare oppure quando si hanno da superare ostacoli naturali, ma che ostacoli insormontabili c’erano nel golfo di Trieste? La distanza del fascio di luce? Ma la distanza si ottiene con la potenza della lanterna, non con l’altezza del faro.



Siamo nel gennaio del 1923, c’era appena stata la marcia su Roma, il 3 gennaio del 1925 Mussolini annunciò la presa dei poteri dittatoriali in Italia.



Costruire un monumento in quel periodo non doveva essere impresa da poco, soprattutto se era un monumento da dedicare ai Marinai d’Italia, ma anche e soprattutto un monumento che inneggiasse alla Vittoria nella guerra del 1915-1918.



Il primissimo progetto non includeva la statua sulla sommità e l’effige era del tutto diversa, una prora di nave con una figura di marinaio, lo scafo sorretto da due dee della Vittoria, ma fu scartato.



In quella fase politica infatti non poteva essere UN monumento, doveva essere IL monumento.



Di statue che inneggiavano alla Vittoria in Europa ce n’erano già diverse, ma tutte di statura modesta, tutte meno una, la Siegessäule, ovvero la Colonna della Vittoria di Berlino (1873), in Königsplatz, ora Piazza della Repubblica, alta 62,30 metri. Occorreva sopravanzarla per essere i primi in Europa e allora fu presumibilmente imposto al Berlam di costruire una torre completa di faro e statua dell’altezza di ben 68,85 metri.



Dopo alcune valutazioni, venne scelto il progetto definitivo e i lavori presero avvio nel 1923 appaltati al Consorzio tra Cooperative di Ex Combattenti.



I lavori durarono 4 anni dal 15 gennaio 1923 al 24 maggio 1927 giorno in cui il Faro della Vittoria venne inaugurato alla presenza del Re Vittorio Emanuele III che, simbolicamente, accese per la prima volta il Faro.



Il giorno dell’inaugurazione il Piccolo intitolò solennemente:




IL GRANDE FARO CHE TRIESTE INALZA SU LE ACQUE LIBERATE
PERCHE’ ROMPA LE TENEBRE E RICORDI I GLORIOSI CADUTI SUL MARE



Nell’articolo si leggeva, tra l’altro:




Il Faro si distingue fra tutte le opere di siffatto genere per l'intransigenza del suo carattere monumentale, che il fine pratico cui esso è destinato e che meravigliosamente esso adempie, non perturba nella sua grande linea armonica.



Eretto sovra un'altura, dirimpetto la città, sul mare che già libero dal tumulto portuale vi si distende dinanzi infinito, il Faro ha un'apparenza bella, maestosa e dominatrice, da qualunque punto si affacci improvviso ai nostri occhi.







Ma erano stati fatti conti senza l’oste, anzi “ die Rechnung ohne den Wirt machen”!



Nel 1939 Hitler decise di far spostare il monumento berlinese alla Vittoria nella Großer Stern e, con l’occasione, pensò bene di farlo elevare di altri 7 metri e mezzo aggiungendo un elemento alla colonna e facendo raggiungere all’opera un’altezza complessiva di 69,80 metri, 95 centimetri in più del Faro della Vittoria!





Che smacco per l’Italia!



E’ presumibile che i potenti dell’epoca convocassero il Berlam per far sì che si inventasse qualcosa per riprendersi il primato, magari sostituendo la fiaccola, con una bandiera, con un fucile, con un remo, con una canna da pesca!



C’è da immaginarsi telefoni roventi e telescriventi esauste tra Roma e Trieste, ma fu tutto inutile, il Berlam fu irremovibile. Qualche anno più tardi morirà e con lui, a distanza di poco tempo, anche il Mayer, autore della statua, ma sicuramente fu solo una coincidenza.



Scoppiò la Seconda Guerra Mondiale ed il problema faro-monumentale passò in secondo piano.



Il primato rimase ai tedeschi e continua a resistere anche ai giorni nostri.



Ma il Faro della Vittoria, oltre ad essere un monumento, è anche è soprattutto un faro ed anche qui le sorprese non mancano.



Pochi infatti sanno che, come faro, è per altezza della costruzione, il secondo in Italia, il terzo in Europa ed il quarto nel mondo!



Con i suoi 68,85 metri lo sovrasta in Italia solo la Lanterna di Genova (74,98 metri), in Europa anche il Faro dell’Ile Vierge in Bretagna (82,50 metri) e nel mondo il fuori concorso Faro di Yokohama costruito nel 1961 nel parco di Yamashita, che con i suoi 106,07 metri è, e probabilmente continuerà ad essere per molto tempo, il faro più alto del mondo.






Tutti gli altri fari, presenti nei 5 continenti, sono di statura molto più modesta e sono rarissimi quelli che superano i 50 metri di elevazione.



Basti pensare che il faro più alto degli Stati Uniti è quello di Cape Hatteras (59,74 metri), il più alto dell’Oceania il faro di Cape Wickham, sulla King Island in Tasmania (48 metri), il più alto in Africa è quello di Slangkop Point in Sud Africa (33 metri).



Il Faro della Vittoria si erge poco al di sopra della Strada del Friuli ed è composta da un ampio basamento che incorpora il bastione rotondo dell’ex forte austriaco Kressich.



Al termine del basamento a gradoni è apposta una grande lapide con la scritta " SPLENDI E RICORDA I CADUTI SUL MARE MCMXV - MCMXVIII" e, sopra di essa, è collocata l’effige di un marinaio che scruta l’orizzonte, ideata da Giovanni Mayer (1863-1943) e scolpita nella pietra d’Orsera4 da Regolo Salandini. Tra la statua del marinaio, alta 8,60 metri, e la lapide, è posizionata l’ancora del cacciatorpediniere Audace, prima nave italiana giunta a Trieste il 3 novembre 19184.



Il monumento la cui base è a forma di campana ed è ricoperto da blocchi di pietra di Doberdò5, prosegue verso l'alto restringendosi fino a creare la base del lungo cilindro scanalato che è il corpo del Faro vero e proprio con struttura in cemento armato rivestita da blocchi di pietra di Orsera che culmina con un capitello che sorregge il ballatoio detto “coffa”, con chiaro riferimento all’albero della nave, con il parapetto anch'esso in pietra lavorata.



Sopra il terrazzo è posta la lanterna del Faro, circondata da un terrazzo in ferro e chiusa dalla cupola di bronzo decorata a squame.



Sulla cupola svetta la statua della Vittoria Alata anch'essa opera di Giovanni Mayer, forgiata da Giacomo Srebot6 nella fonderia in via del Solitario, oggi via Foschiatti. La statua simboleggia la dea Nike, portatrice di vittoria, è in rame con un'anima in ferro, è alta 7.20 metri, nella mano destra impugna una corona d'alloro mentre la sinistra innalza al cielo la fiaccola della Vittoria. Le sue ali. furono fatte in maniera tale da non opporre un eccessivo contrasto alla bora e l'anima in ferro fu studiata con un particolare sistema di tiranti e spirali che permettono una leggera flessione delle ali alle raffiche più impetuose. La statua infatti è cava, e lo dimostra il peso relativamente modesto di circa 7 quintali. Successivamente le ali furono traforate per fornire ancora minore resistenza al vento.



Lo stile della statua, progettata e costruita negli anni venti, non poteva che risentire del gusto dell’epoca e del Futurismo che in quegli anni imperava ed onestamente non si può dire sia un capolavoro di bellezza, soprattutto se confrontata con analoghe statue sparse in tutto il mondo7.





Al faro vero e proprio si accede nel piazzale interno da un portale ai cui lati sono sistemati due proiettili della famosa corazzata Viribus Unitis8. Dopo anni di chiusura, oggi si può salire, anche con un comodo ascensore o affrontando i suoi 285 gradini, fino alla “coffa” dalla quale si ha una splendida vista di Trieste.




Fin dalla sua attivazione il Faro della Vittoria ha utilizzato l’energia elettrica.



La lanterna di trova ad un'altezza di circa 130 metri sul livello del mare, il corpo luminoso è costituito da un’ottica rotante che cattura la luce prodotta da una lampadina alogena da 1000 watt attraverso un complesso sistema di lenti. Il faro ha una visibilità di 30 miglia marine, circa 56 chilometri, in condizioni ottimali.



L’impianto, come tutti i fari della nostra penisola, è gestito dalla Marina Militare con personale proprio.



Ogni faro marittimo è caratterizzato da una serie di lampi distintivi per permettere a chi osserva la costa dal mare di riconoscerlo.



Il Faro della Vittoria emette 2 lampi di luce bianca in rapida sequenza con un intervallo tra il primo ed il secondo di 1,8 secondi, seguiti da una pausa di 7,8 secondi. L’intera sequenza dura circa 10 secondi. La rotazione completa dura 45 secondi e va da est verso ovest.



Nelle giornate di nebbia, al segnale ottico viene associato un radiofaro in onde lunghe che emette un tono continuo sulla frequenza dei 299 khz modulato in ampiezza seguito dalla sigla "RD", ripetuta 2 volte, trasmessa in codice morse, che permetteva di regolare l'antenna radiogoniometrica posta a bordo delle navi in modo da segnalare la direzione di massima ricezione, coincidente con la posizione del faro.



Permetteva appunto, perché oggi ci sono sistemi più moderni e infallibili.



Il Faro della Vittoria continua instancabile a scrutare l’orizzonte ammiccando la notte alle navi ultramoderne che passano al largo e che lo degnano solo di uno sguardo, dotate come sono di radar e navigatore satellitare.



Già, ma questo lui non lo sa.





1. Torre bassa e rotonda, costituita da mura spesse e robuste solitamente posta in posizione angolare.


2. Arduino Berlam (Trieste 1880 – Tricesimo 1946) seguì ben presto le orme del padre Ruggero, noto architetto. Si formò a Milano tra il Politecnico e l'Accademia di Brera e collaborò a lungo con il padre. Operò soprattutto nella città natale, firmando non solo abitazioni e palazzi, ma anche monumenti (Faro della Vittoria e lapide virgiliana alle foci del Timavo) e gli interni delle prestigiose navi Saturnia e Vulcania.


3. Pietra carsica istriana della cave in località Orsera, oggi Vrsar.(Croazia).


4. L’Audace venne costruita nei cantieri Yarrow di Glasgow (Scozia) su commessa giapponese e avrebbe dovuto chiamarsi Kawakaze, ma venne acquistato dalla Regia Marina ed entrò in servizio nel 1916. Fu la prima unità ad entrare nel porto di Trieste il 3 novembre 1918 ed il molo a cui attraccò, che si chiamava molo San Carlo, da allora è diventato Molo Audace. Trasformato in nave scorta antiaerea nel 1942, venne catturato dai tedeschi a Venezia il 12 settembre 1943 ed entrò nella Kriegsmarine il 21 ottobre successivo rinominato TA 20. Impegnata come scorta nel Mar Adriatico venne affondato in combattimento dai cacciatorpediniere della Royal Navy.


5. Pietra carsica originaria delle cave di Doberdò (Gorizia)


6. Giovanni Sebroth o Giacomo Sebroth nell’officina di via Donato Bramante secondo altre fonti.


7. Nell’ordine: Victoria Memorial (Londra, GB), Colchester's War Memorial (Colchester, Essex, GB), Siegessäule (Berlino, DE), Faro della Vittoria (Torino), Faro della Vittoria (Trieste)


8. Corazzata dell’Imperial Regia Marina austro-ungarica appartenente alla classe “Tegetthoff” costruita nello Stabilimento Tecnico Triestino e varata nel 1911. All’inizio della guerra riportò a Trieste le spoglie dell’arciduca Francesco Ferdinando ucciso a Sarajevo insieme alla duchessa Sofia.








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La “vera” triste storia (semiseria) di Mikez e Jakez

>> domenica 30 novembre 2008


Storia in parte oscura e sicuramente travagliata quella di Mikez e Jakez1 che però ha fatto la fortuna della Gondrand. Nella sede di Trieste dell'azienda leader dei traslochi campeggia ancora una targa commemorativa.



Le prime notizie delle due statue risalgono al 1517.



Piazza Unità d'Italia a quei tempi si chiamava Piazza San Pietro, ma comunemente veniva chiamata Piazza Grande perché ai triestini, si sa, le cose semplici non piacciono.



La piazza non era ancora stata interrata ed occupava un terzo circa delle dimensioni attuali, era circondata da edifici che la isolavano anche dal mare. Le facciate delle costruzioni guardavano infatti all'interno dello slargo. Fra di esse, nel gruppo di quelle che davano le spalle al mare, c'era anche la Torre dell'Orologio, chiamata anche Torre del Porto, oppure ancora Torre del Mandracchio, sempre perché ai triestini le cose semplici non piacciono, che in pratica era la porta della piazza che dava sull'antico porto della città, detto appunto Mandracchio (piccola darsena), stretta fra le prigioni e la Locanda Grande.



Nel 1474 la Torre del Mandracchio venne modificata per la prima volta e nel 1517 l'antica porta venne abbellita con un orologio e con due personaggi in bronzo che scandivano le ore e che il popolo allora battezzò Mikez e Jakez ovvero Michele e Giacomo. Poiché erano di bronzo, le due statue si ossidarono in fretta ed assunsero una colorazione brunita o rossiccia, tanto che i triestini presero a chiamarli i mori di Piazza. Qualcuno però dice che il motivo del cambio di colorazione abbia avuto altre cause. Si racconta che un tal Jure, che era solito ciondolare in Piazza nelle prime ore del mattino, giurava e spergiurava di averli visti incazzati neri che discutevano tra loro e borbottavano: "Ma vara ti se in una cità con un mar cusì bel, i ne doveva meter giradi de spale!"



Nel 1700 i Mori vennero smontati ed al loro posto fu costruita una trifora con tre campane, mantenendo però intatto il movimento degli automi. Si ignora che fine fecero Mikez e Jakez, forse finirono in un deposito, forse finirono in mare, forse ancora furono fusi per ottenerne le stesse campane o altro.



Nel 1838 fu deciso l'abbattimento della Torre dell'Orologio, ma un'anima nostalgica volle recuperarne, chissà perché, il meccanismo.



L'incarico fu affidato all'orologiaio Antonio Sebastianutti che provvide a smontare il congegno dalla torre ed a rimontarlo sull'edificio della Loggia, che si trovava dal lato opposto della piazza, pressappoco nel luogo dove oggi sorge il Palazzo Municipale. Molti triestini scuotevano la testa in un chiaro segno di approvazione.



Nel 1875 l'architetto triestino Giuseppe Bruni vinse la gara per la progettazione di un nuovo palazzo che avrebbe dovuto chiudere la piazza dal lato della città vecchia. Il nuovo edificio, il palazzo del Municipio, doveva essere formato da un unico corpo monumentale sovrastato, nella parte centrale, da un torrione con orologio.



Qualcuno però si ricordò delle due statue che quasi 3 secoli prima adornavano la Torre dell'Orologio (alias Torre del Porto, alias Torre del Mandracchio, sempre perché ai triestini le cose semplici non piacciono) e convinse il Bruni di come sarebbe stato bello e nostalgico riavere i due cosiddetti Mori.



Il problema era che nessun triestino, per quanto longevo, aveva mai visto dal vivo le due statue: si sapeva solo che erano due Mori e che erano soprannominati Mikez e Jakez. Un po' poco anche per il Bruni.



Notti e notti a studiare soluzioni, a creare e distruggere stampi. Alla fine decise che due paggi tirolesi sarebbero andati benissimo e avrebbero sicuramente fatto felice la casa asburgica.



I due paggi furono modellati in zinco nel 1875 dallo scultore Fausto Asteo da Ceneda dell'Accademia di Belle Arti di Venezia. Per il trasporto da Venezia a Trieste2 venne incaricata la neonata casa di spedizioni Gondrand che utilizzò il suo carro ultimo modello trainato da una coppia di cavalli da tiro chiamati Bepìn e Giuanìn.



Il viaggio durò settimane, ma alla fine i due cavalli arrivarono stremati con il loro carico nella piazza che, dal 1918, dopo un breve periodo nel quale era stata denominata Piazza Francesco Giuseppe, aveva assunto il nome di Piazza Unità in onore dell'avvenuta annessione di Trieste all'Italia, ma che comunemente veniva chiamata ancora Piazza San Pietro o Piazza Grande perché ai triestini, si sa, ecc., ecc.



I due paggi furono installati tra il 5 ed il 7 di gennaio del 1876 e batterono i primi dodici rintocchi a mezzogiorno del 14 gennaio davanti ad una folla festante che scuoteva la testa in segno di approvazione. Le due statue furono battezzate dai Triestini con un guizzo di fulgida fantasia, Mikez e Jakez.



Ma Fausto Asteo da Ceneda che era un entusiasta (ed un rompipalle di prima categoria), pensò che se due statue andavano bene, quattro sarebbero andate ancora meglio e quindi, con del bronzo che gli era avanzato nella fucina, modellò due tedofore per abbellire la neonata piazza triestina.



A Bepìn e Giuanìn, che non si erano ancora ripresi dal viaggio, quando giunsero alle orecchie le voci che ci sarebbero state da portare anche altre due statue, si rizzarono le criniere dallo sgomento e sulla strada verso Venezia, dopo aver nitrito tre volte sotto la galleria naturale, decisero di comune accordo di incrociare gli zoccoli. Si rifugiarono in un Frasco a bere clinto e passarono i loro giorni seduti in un patio a mangiare tartine di carrube e a parlare di puledre, fieno e grassi pascoli.



La Gondrand non si perse d'animo e al posto dei due cavalli rinnegati utilizzò il meglio della loro equinorimessa, Bepòn e Giuanòn (vulgo Deborah per gli amici più intimi), una coppia di enormi cavalli belgi, il primo taciturno e ombroso, dal passo lento e potente, il secondo linguacciuto e garrulo, dall'andatura ondeggiante e sbarazzina.



Quando i cavalli giunsero inaspettati in Piazza San Pietro o Piazza Grande che dir si voglia, i triestini rimasero di sasso ed ancor più l'architetto Bruni al quale girarono i cateti ad elica: posto sul nuovo Palazzo de Municipio non ce n'era, creare altre nicchie era impensabile, il palazzo era bello così.



Anche i triestini erano perfettamente d'accordo, la bellezza del palazzo non era in discussione, tanto che lo soprannominarono affettuosamente la Cheba (per la struttura a forma di gabbia) o Palazzo Sipario in quanto nascondeva la Cittavecchia e, ancora più entusiasticamente, Budel de Lionfante, Castel de Mandorlato o Crocante.



Dove mettere le due statue, allora? Beh, nella piazza, di fianco all'entrata del nuovo amatissimo Palazzo. E come chiamarle? Inizialmente i triestini pensarono a qualcosa di insolito, tipo Mikeza e Jakeza, ad esempio, ma un forestiero che passava di lì per caso suggerì che forse era meglio un nome più tradizionale come Tinza e Marianza. Dalla piazza si levò un urlo: "NO SE POL!". E Infatti, da quel momento, le due tedofore si chiamarono Tinza e Marianza3.



I triestini stabilirono che le due tedofore dovessero essere le mogli dei due paggi che sovrastavano il Palazzo del Municipio e fecero festa per tutto il giorno non accorgendosi delle gocce di zinco che scendevano dagli occhi di Mikez e Jakez.



L'amore per la nuova piazza venne immortalata in una canzone popolare che faceva più o meno così:





Xe storto el palazo,
xe bruta la tore
e Mikez e Jakez
che bati le ore,

e Tinza e Marianza
le sta sul porton
a veder le siore
che vien dal liston.
4


(Xe storto el Palazo! - Popolare)




Bepòn osservava la scena con occhio perplesso mentre Giuanòn era totalmente assorto a rifarsi il trucco.



Tinza e Marianza furono poste su un piedistallo di pietra ai lati del Palazzo del Municipio per illuminarne l'entrata principale. Le braccia sollevate, reggevano nella mano una lanterna di metallo e vetro opaco alimentata a petrolio, successivamente sostituita da una boccia di vetro opalino, quando l'alimentazione passò a gas. Tinza e Marianza se ne stavano immobili davanti a quel portone a chiacchierare tutto il giorno tra di loro e a Jakez questo non andava proprio giù: "Ma vara quela striga! Tuto el giorno che la ciacola e la se remena. Ma a mi no la me ga gnanca pel cul! Cossa la pensa? De gaver trovà el mona de turno? Ma la meto a posto mi!"



Tinza e Marianza fecero bella mostra di sé ai lati dell'ingresso del Palazzo del Municipio fino al 1936 quando furono rimosse. Marianza qualche anno prima era stata irreparabilmente danneggiata dalla manovra avventata di un militare tedesco che la urtò facendo retromarcia con un camion. Nessuno vide nottetempo lo stesso militare che si arrampicava sulla torre dell'orologio a ricevere dalle mani di un euforico Jakez un fascio di Reichsmark5.



Si ignora che fine abbiano poi fatto le due statue. Le versioni sono innumerevoli. Qualcuno dice che entrambe le statue giacciano dimenticate nel fondo di uno dei tanti magazzini del Comune di Trieste, altri dicono che quella danneggiata venne fusa per ottenere metallo per la Patria ed una posta nel giardino di un Gerarca fascista dell'epoca, fatto sta che nessuno sa se esistano ancora e dove siano finite.



Mikez e Jakez osservavano dall'alto tutto questo via vai di statue sistemate e rimosse, di fontane smontate per far posto ad un palco e alle folle oceaniche, di monumenti girati ora di qua e ora di là a seconda dell'estro del momento, poi quando non ne potevano più alzavano gli occhi e vedevano il mare, si perdevano in quell'universo blu e si dicevano: "meno mal che ghe xe el mar, che el xe mato quel che servi".





Il tempo passava e chi meglio di loro poteva rendersi conto del passare del tempo, scandendo le ore tutti i giorni che Dio metteva in terra?

Il contratto degli automi da orologio non prevede una data precisa per il pensionamento, ma dopo quasi un secolo di onorato servizio, lo zinco delle spalle un po' indolenzito dopo tutti quei colpi a suon di mazza sulla campana, sapevano e speravano che da lì a poco avrebbero potuto posare le mazze e godersi il meritato riposo, magari su quel campanile, magari su due sdraio di ghisa, magari davanti a quel mare e a quel cielo terso, frustati dalla bora e accarezzati dalla brezza marina. Ma avevano fatto i conti senza l'oste.



Nel 1972 i tubi di un'impalcatura cominciarono ad arrampicarsi sul Palazzo del Municipio e sali e sali e sali arrivarono all'altezza dei due paggi che osservavano curiosi, ma quando in Piazza entrò un camion della Gondrand incominciarono seriamente a preoccuparsi. Due operai parlavano tra loro e dicevano: "I li porta via per farli novi".



"Ciò, un lifting! Iera ora!" disse Mikez strizzando l'occhio a Jakez.



Non sapevano gli sventurati che nei palazzi del Comune si era decisa la loro clonazione! Una nuova campana e una nuova coppia di paggi, identica agli originali, erano appena stati fusi in bronzo dalle fonderie Cavadini e Brustolin di Verona. Nel mese di ottobre dello stesso anno vennero montati sul Palazzo del Municipio ed il 3 novembre i due automi batterono per la prima volta le ore in una Piazza dell'Unità d'Italia gremita all'inverosimile. Che felicità, c'era da dare nuovamente un nome a due statue!



Questa volta non si volle lasciar nulla al caso e, per la scelta del nome, si autoconvocò al Caffè degli Specchi il gotha dell'Intelligentia triestina, professori, dottori, letterati, scienziati, luminari illuminati, lampadari allampanati, farmacisti, futuri futuristi, frittimisti, poeti, navigatori e santi.



Ore di discussione, più di mille nomi proposti, valutati e scartati, litigi, minacce, insulti, contumelie e sputi, poi, verso il far della sera, si aprirono le porte del Caffè, uscì una nuvola di fumo e di neuroni e, dentro la nuvola, un omino curvo e rinsecchito che qualcuno riconobbe come il Preside Emerito della Facoltà di Scienze delle Innovazioni e delle Originalità Clamorose dell'Università di Trieste.



Fu aiutato a salire su un tavolino e si rivolse alla piazza in muta e trepidante attesa della storica decisione. "Dopo attento esame della materia, vagliati i pro e i contro ed i possibili scenari, valutate tutte le obiezioni sollevate, gli indizi e gli alibi, gli appelli e i contrappelli, spulciando, analizzando, setacciando e misurando, dopo ore di attento e scrupoloso studio del passato, del presente e del futuro, senza nessuna concessione alle mode del tempo e delle stagioni, né nostalgie dell'arcaico o velleità di venturo, né stereotipi o archetipi, né prassi, pratiche, tradizioni, né valori etici o politici o storici o ipotetici, pesato il detto e il fatto, stimato il sopra e il sotto, sviscerato il qui, disaminato il quo ed approvato il qua, Noi, Illustrissimi e Insigni Talenti di tutte le Arti, Scienze e Professioni abbiamo stabilito che le nuove statue che da oggi ornano l'amatissimo Palazzo del Municipio debbano essere menzionate con i nomi di Mikez e Jakez".



Un boato si alzò dalla Piazza stracolma, guanti e sciarpe, cappelli e bambini, animali domestici e selvatici furono lanciati in aria in segno di giubilo.



Mikez e Jakez, quelli veri, attendevano pazienti il loro turno nella sala d'aspetto della clinica estetica (che assomigliava molto ad un magazzino comunale). Vi rimasero fino al 2005 quando furono esposti brevemente allo sguardo dei triestini prima di essere trasportati ad Udine, per il loro restauro assieme alla vecchia campana. Dal 2006 vivono al piano terra del Castello di San Giusto, vista portone d'ingresso.



Chi passasse di lì alla sera sentirebbe dei borbottii provenire da dietro i centenari portali: "Ciapa qua! Chi va losto perdi el posto! I siori sul listòn, noi a smonarse in un portòn".







1. I nomi sono stati tramandati oralmente e si ritrovano a volte come Micheze e Jacheze, altre volte come Mikez e Jakez, altre ancora come Mikeze e Jakeze.


2. Non è certo dove siano stati modellati Mikez e Jakez. Alcune fonti dicono a Venezia, nella fonderia Barotin, altre ad Udine.


3. Tinza e Polonza secondo altre fonti.


4. Con variante "a veder i greghi de via Malcanton" o ancora "a veder i cici che vendi carbon".


5. Altre fonti imputano ad una vettura da piazza la manovra impruduente che danneggiò una delle due tedofore.





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Il caffé San Marco

>> sabato 29 novembre 2008

Il novecento nascosto




Se non sei di Trieste e ci passi davanti non ci fai neppure caso, tanto è anonimo. Potrebbe sembrare un magazzino o una vecchia bottega artigiana come ce ne sono tante negli angoli dispersi delle città. Vecchie porte in legno a vetri con delle mezze tendine, tendoni una volta rossi, ma sbiaditi dalla luce. Anche l’insegna non ti aiuta, posta com’è sull’angolo del palazzo, di quelle insegne al neon tanto anni sessanta, visibilissime di notte, ma pressoché indistinte di giorno. Ma appena ne varchi la soglia è come se accendessi un lume a petrolio e venissi scaraventato indietro nel tempo. Atmosfera soffusa, tavolini di marmo e ghisa, legni scuri ovunque, specchi, stucchi, seggiole di quelle di una volta dalla seduta segnata, drappi e ottoni. Viene quasi il gesto istintivo di tirar fuori l’orologio dal taschino per controllare l’ora.



E’ il Caffé San Marco al n. 18 di Corsia Stadion, oggi via Battisti, locale storico tra i più affascinanti di Trieste.



E’ il 3 gennaio del 1914 quando, al pianterreno di un edificio di proprietà delle Assicurazioni Generali, edificato due anni prima, Marco Lovrinovich, già direttore della trattoria di Roiano “Ai dodici Moreri“ , inaugura il Caffé San Marco.



Istriano di sentimenti italiani, Lovrinovich , era profondamente legato a Venezia e questo legame si arguisce dall’effige del Leone di San Marco che si trova un po’ ovunque: sui lampadari, sulle suppellettili, sui mobili, nelle zampe delle sedie. Tutti chiari riferimenti all’italianità. Non a caso, la direzione dei lavori fu affidata a Napoleone Cozzi (1867-1916), pittore, scrittore, alpinista, ma soprattutto irredentista convinto e le decorazioni sui soffitti, le foglie di caffé e i fiori, e sulle pareti sono attribuite a vari artisti relativamente celebri, come il pittore secessionista Vito Timmel (1886-1949), anch'egli assiduo frequentatore del caffé. Le decorazioni dei medaglioni alle pareti sono nudi maschili (metafore dei fiumi friulani) opera pare del Cozzi e di Ugo Flumiani (1876-1938).



Travagliatissima la sua storia sin dagli esordi, osteggiato dal Consorzio Triestino tra Caffettieri, che, pur di bloccare Lovrinovich1 si era rivolto, invano, all'autorità asburgica locale. Qualche problema lo ebbe anche per via del nome con quel richiamo diretto a Venezia e all’Italia e il Lovrinovich dovette spiegare con arguzia al sospettoso consigliere della Luogotenenza: "Sior, la sa ben che me ciamo Marco, e me par ben intitolar el mio caffè al nome del mio Santo".




Il San Marco, sorto là dove un tempo c'era la Latteria Centrale Trifolium, una latteria con tanto di stalla per le mucche, divenne subito ritrovo di giovani studenti e intellettuali.



Tra i primi a frequentare il locale furono gli scrittori Silvio Enea Benco (1874–1949), Scipio Slataper (1888–1915), Giani Stuparich (1891-1961).



Forse per la posizione leggermente defilata dal centro vitale di Trieste, il Caffé San Marco divenne ben presto luogo di incontro dei giovani irredentisti triestini i cui padri si trovavano invece da parte loro erano soliti riunirsi al Caffé Tommaseo.



L’ irredentismo, per chi ama la storia come il trapano del dentista, era un vasto movimento d'opinione sorto in Italia a causa degli esiti della terza guerra d'indipendenza (1866) che aveva lasciato sotto il controllo dell'Austria il Trentino, il Friuli e la Venezia Giulia. Gli irredentisti, favorevoli a creare le condizioni politiche e militari per il ricongiungimento di queste terre all’Italia, incarnavano quel senso comune popolare di ostilità agli Imperi centrali e sostenitore del completamento dell’Unità nazionale. Convivevano in queste Terre due anime, quella filo-austriaca e quella irredentista con lotte spesso molto aspre.



I giovani irredentisti triestini fecero del Caffé San Marco un centro di discussione, di organizzazione e di azione e in quella sala si preparavano anche i passaporti falsi per permettere la fuga in Italia di patrioti antiaustriaci.



Il pomeriggio del 23 maggio 1915 venne data la notizia della dichiarazione di guerra da parte dell’Italia all’Austria-Ungheria.



“Entravano, facevano bottino delle paste, dei liquori e delle argenterie. Poi mandavano in frantumi tavoli e specchi. Infine mettevano in azione il petrolio, la benzina e le vampe". Così un cronista dell’epoca ricorda  la furia distruttrice che i gruppi anti-italiani scatenarono contro numerosi caffé, tradizionali ritrovi degli irredentisti, quel pomeriggio del 23 maggio 1915 a Trieste.



"Arsero completamente il caffé Fabris ed il caffé Portici di Chiozza: in quest’ultimo la distruzione fu così integrale che all’indomani, nell’atrio carbonizzato, non si trovò che il contorto scheletro di ferro di qualche seggiola. Devastazioni gravissime subirono anche il caffé Milano, il caffé San Marco, il caffé Edison. Il proprietario del caffé Stella Polare dovette difendere da sé il suo esercizio accerchiato da una masnada avida di rapina".






Dopo meno di 17 mesi dall’inaugurazione, il Caffé San Marco, già fatto a pezzi dalla furia anti-italiana, venne sigillato e chiuso dall’esercito austro-ungarico.



Lo stesso Lovrinovich, in seguito, venne incarcerato a Liebenau, in Austria, perché si era causato volontariamente il tracoma2 con una soluzione batterica, allo scopo di non andare a servire nell'esercito austro-ungarico nella guerra contro l’Italia.



Da quel momento del Lovrinovich si persero le tracce e infatti il Caffé San Marco non riaprì neppure al termine del conflitto. Dalla fine della Prima Guerra Mondiale fino al termine della Seconda, il Caffé San Marco, come il palazzo che lo ospitava, giacque in uno stato di completo disinteresse.






Agli inizi degli anni cinquanta, le Assicurazioni Generali, proprietarie dell’edificio, cominciarono una serie di restauri sia sulla facciata che sugli interni del palazzo.



Il Caffè San Marco riaprì in sordina, nei primi anni del secondo dopoguerra ospitò per un certo periodo la Società Scacchistica Triestina, con quella particolare disposizione dei tavoli assolutamente perfetta per gli amanti di questo gioco.


Nel 1962 vi furono girate alcune scene del film “Senilità” tratto dall’omonimo romanzo di Italo Svevo con la regia di Mauro Bolognini, protagonisti, tra gli altri Claudia Cardinale, Philippe Leroy e Anthony Franciosa.



Negli anni che seguirono, per via di alcune gestioni fallimentari, rischiò di scomparire più di una volta. Lo salvarono prima una cordata di artisti ed intellettuali che avevano formato una cooperativa e poi l' intervento di Marchino Zanetti, produttore del caffè Hausbrandt.





L’ultima riapertura avvenne il 16 giugno 1997 e l’attività prosegue tuttora con l'immutato e suggestivo aspetto di sempre.



Gli schiamazzi non entrano al Caffe San Marco, nonostante i tavolini affollati e le animate discussioni. Questo rifugio liberty, caldo, protettivo oggi è frequentato da chi cerca un posto dove estraniarsi, leggere un libro, pensare, conversare pacatamente, ma anche da studenti che in quella atmosfera silenziosa riescono a cogliere la giusta concentrazione.



E tra i normali avventori di oggi si possono incontrare anche Stelio Vinci che al Caffè San Marco ha dedicato un intero volume “Al Caffè San Marco, Storia Arte e Lettere di un caffè triestino” (Edizioni Lint, Trieste - 1995), ma soprattutto Claudio Magris che gli ha dedicato un capitolo in “Microcosmi” (Edizioni Garzanti – 1997), vincitore del Premio Strega.



Sfilato l’orologio dal taschino ci si accorge che si è fatto tardi, occorre andare.



Un consiglio. Attraversata la soglia, riabituatevi un attimo alla luce ed al frastuono. E prima di attraversare la strada ricordatevi che oggi i padroni della città sono i veicoli e non i pedoni.



Un’ultima occhiata al cronografo da polso multifunzione e bentornati nel 2008.









1. Marco Lovrinivich per altre fonti.


2. Il tracoma è una infezione batterica della congiuntiva e della cornea dal decorso molto doloroso che, se non curata, porta alla completa cecità.















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Il mio Carso - Scipio Slataper

>> domenica 21 settembre 2008

Trieste: per l’anima in tormento che m’hai data




Trieste terra di confine


Trieste crocevia di culture


Trieste terra irredenta



.... concetti forse vuoti per molti fra coloro che leggono queste righe. Concetti senz’anima, stereotipi, ormai, che come tali hanno perso significato e valore. Ma per coloro che qui sono nati, che hanno ben piantate le loro radici nella terra rossa del Carso, sono brandelli di memoria collettiva, metabolizzata tal punto da essere parte integrante del DNA.



Terra di confine, bagnata e ribagnata dal sangue di tanti uomini che combatterono sotto diverse bandiere, ma tutti con un cuore che cesso’ di battere, una mente che cesso’ di pensare. Molti andarono al fronte perche’ costretti, alcuni lo fecero per scelta, per dovere morale, per l’Idea.



Crocevia di culture, come tutti i porti di mare Trieste ha visto arrivare, partire o rimanere genti diverse, ognuna col proprio bagaglio culturale ricco o povero che fosse; chi si e’ fermato ha mischiato il suo personale bagaglio alla cultura locale arricchendola.


Durante l’amato-odiato periodo di dominazione austro-ungarica i posti di ritrovo come il Caffe’ San Marco, il Tommaseo o il Tergesteo pullulavano di gente e di idee. La ferrovia che la collegava direttamente con Vienna favoriva il flusso di genti e notizie con l’Europa centrale tanto da rendere dinamico un mondo che di per se’ non lo era., ma insito nell’ideologia repubblicana di Garibaldi.






Come movimento politico nasce dopo la III Guerra di Indipendenza, sostenendo e rivendicando il ritorno all’Italia di Trentino e Friuli Venezia Giulia. Con la nascita della Triplice Alleanza, nel 1882, queste annessioni diventano quanto meno improbabili ed il movimento irredentista, vedendo traditi gli scopi a cui tendeva, diventa antigovernativo. Il movimento finisce con la I Guerra Mondiale: Trieste e l’Istria tornano ad essere italiane, anche se della cosi’ detta “vittoria mutilata” fa parte la perdita della citta’ di Fiume.



“Trieste da’ ai suoi figli un’anima in tormento e per questo e’ amata….”




beh, mi ritrovo in questo pensiero.



Sara’ la roccia bianca e sofferta del carso, che si nasconde sotto l’erba per ingannarvi; sara’ la bora che fustiga il viso e schiarisce le idee; sara’ la nostra storia ed il miscuglio di razze che ci portiamo nel sangue… Ma il tormento, che e’ si’ sofferenza e struggimento, nasce dalla ricerca continua e costante ed esplode da queste pagine rese incredibilmente e stranamente attuali dall’energia, dalla forza, dall’esuberanza e dall’entusiasmo di Slataper, come se la giovinezza non conoscesse confini temporali, come se gli ideali nati da un cuore che pulsa al ritmo della vita fossero immutabili nel tempo.




Terra irredenta .... non liberata dalla dominazione straniera, termine coniato dallo scrittore Vittorio Imbriani.



“Il mio Carso” è una specie di diario e le sue pagine non si leggono: si lasciano entrare in noi e si vive con lo Slataper bambino che per raggiungere un allettante frutto si allunga sul ramo come un verme, sfidando le leggi della fisica e della dinamica. Con il giovane trafitto dal suicidio della sua piu’ cara amica e alla disperata ricerca di una risposta ai suoi “Perche’?”, alla ricerca di un colpevole, fosse anche egli stesso poco importerebbe: i vent’anni esigono risposta. Si comprende la spasmodica ricerca di identita’, italiano imprigionato in quello che sente come il pesante giogo austriaco, straniero in terra natia. La ricerca di un’identita’ che vada al di la’ della sua sanguigna appartenenza al Carso.


Puo’ sembrare un balbettio, ma e’ un balbettio che arriva fino al cuore ..... un susseguirsi di pensieri, di ricordi, di odori, di sensazioni estremamente vivi e reali, scritti da una penna giovane e come tale impetuosa.





Scipio Slataper



Scipio Slataper nacque a Trieste nel 1888, famiglia di ceto borghese, padre di origine slava e madre italiana. Dopo il liceo si trasferisce a Firenze ed inizia a scrivere per la rivista letteraria “La Voce” fondata e diretta da Giuseppe Prezzolini e che vede tra i suoi collaboratori piu’ importanti personalita’ come Croce e Gentile che le infonderanno il loro idealismo.



La società civile viene setacciata per sviscerarne i problemi, per penetrarla, capirla e per riuscire cosi’ a diffondere ed a far capire concetti nuovi. Il distacco anche linguistico fra intellettuale e popolo e’ annullato abbandonando il classico romanzo per parlare, invece, di vita vissuta con uno stile che assomiglia sempre di piu’ alla trasposizione di pensieri e come tale a volte manca di un nesso logico fra le frasi.




In antitesi a Svevo, definito da qualche critico “un uomo nato vecchio, e morto vecchione”, Slataper e’ la “gioventu’”, la “testa matta” capace di grandi slanci e di grandi sofferenze spirituali che, vista la corporalita’ del suo sentire, diventano addirittura fisiche.




Ma Slataper è rimasto un potenziale grande scrittore: muore combattendo per quell’ideale di italianita’ nel quale credeva, a soli 27 anni sulle alture del Podgora (sotto il Monte Sabotino, vicino a Gorizia) nel 1915, entrando cosi’ a far parte di quella schiera di intellettuali che, inghiottiti dalla guerra, lasciarono il mondo orfano della loro testimonianza ed eredita’ culturale.





(N.d.A.: ho scritto questo pezzo come recensione al libro di Slataper nel lontano 2003 ed è presente già da anni sull’altra mia “creatura”, Planando. Se lo trovate in giro, quindi, non datemi della plagiatrice… plagio solo me stessa)

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