I record del dongiovanni allampanato

>> lunedì 22 dicembre 2008

Tutte le notti, da buon ammaliatore, fa l’occhiolino alle navi e alle imbarcazioni che incrociano nell’alto Adriatico. Impossibile non vederlo con la sua mole dal mare, altrettanto impossibile se si percorre la Strada del Friuli.



Simbolo un po’ bistrattato di Trieste, il Faro della Vittoria è invece, forse ad insaputa degli stessi triestini, una costruzione davvero unica e da primato.



E’ innanzitutto l’unico faro per la navigazione ancora in funzione che abbia il doppio ruolo di faro e monumento ed è anche l’unico che sulla sua sommità rechi una statua e che statua, un colosso di ben 7 metri e 20 centimetri, pari ad un palazzo di oltre due piani.



L'idea di costruire quest'opera si manifestò già nel 1918. Originariamente il faro avrebbe dovuto sorgere sulla costa istriana, nelle vicinanze di Pola, ma, grazie all’interessamento della Lega Navale, si decise di edificarlo nel golfo di Trieste e in un luogo fortemente simbolico, sulle solide fondamenta del bastione rotondo dell'ex-forte austriaco Kressich.



Il forte Kressich occupava allora il Poggio della Gretta a 60 metri sul livello del mare e costituiva uno dei capisaldi a protezione della città da tutti i pericoli che potevano giungere dal mare.




Costruito tra il 1854 ed il 1857, era un’opera difensiva formidabile: la sua elevazione dal mare lo rendeva invulnerabile ai colpi delle artiglierie navali non avendo a quel tempo i cannoni delle navi un alzo sufficiente a superare quel dislivello. Verso il mare si aprivano le massicce feritoie ed era posizionata la rondella principale1, i suoi sotterranei a prova di bombardamenti, si dice giungessero fino alla chiesa di Barcola. Da terra il forte era protetto da un ampio fossato ed un ponte levatoio mentre un doppio sistema di porte ne consentiva l'accesso.



Il progetto per il nuovo faro venne affidato all’architetto triestino Arduino Berlam 2, che presentò diverse soluzioni, ma tutte furono scartate. Per invogliare ancor di più alla costruzione dell’opera, il Berlam rinunciò pure al proprio compenso, versando inoltre un pari importo in favore delle casse del Comitato del Faro.



I lavori per la realizzazione del faro vennero finanziati, oltre che dal Berlam e dalle autorità nazionali, anche da sottoscrizioni private di banche, assicurazioni e privati cittadini.



Le difficoltà nella scelta del progetto furono presumibilmente dovute all’aspetto monumentale della costruzione e non a quello del faro di segnalazione.



Che bisogno c’era in effetti di costruire un faro così ciclopico su un colle alto già 60 metri dal livello del mare? In genere fari così alti si costruiscono sul mare oppure quando si hanno da superare ostacoli naturali, ma che ostacoli insormontabili c’erano nel golfo di Trieste? La distanza del fascio di luce? Ma la distanza si ottiene con la potenza della lanterna, non con l’altezza del faro.



Siamo nel gennaio del 1923, c’era appena stata la marcia su Roma, il 3 gennaio del 1925 Mussolini annunciò la presa dei poteri dittatoriali in Italia.



Costruire un monumento in quel periodo non doveva essere impresa da poco, soprattutto se era un monumento da dedicare ai Marinai d’Italia, ma anche e soprattutto un monumento che inneggiasse alla Vittoria nella guerra del 1915-1918.



Il primissimo progetto non includeva la statua sulla sommità e l’effige era del tutto diversa, una prora di nave con una figura di marinaio, lo scafo sorretto da due dee della Vittoria, ma fu scartato.



In quella fase politica infatti non poteva essere UN monumento, doveva essere IL monumento.



Di statue che inneggiavano alla Vittoria in Europa ce n’erano già diverse, ma tutte di statura modesta, tutte meno una, la Siegessäule, ovvero la Colonna della Vittoria di Berlino (1873), in Königsplatz, ora Piazza della Repubblica, alta 62,30 metri. Occorreva sopravanzarla per essere i primi in Europa e allora fu presumibilmente imposto al Berlam di costruire una torre completa di faro e statua dell’altezza di ben 68,85 metri.



Dopo alcune valutazioni, venne scelto il progetto definitivo e i lavori presero avvio nel 1923 appaltati al Consorzio tra Cooperative di Ex Combattenti.



I lavori durarono 4 anni dal 15 gennaio 1923 al 24 maggio 1927 giorno in cui il Faro della Vittoria venne inaugurato alla presenza del Re Vittorio Emanuele III che, simbolicamente, accese per la prima volta il Faro.



Il giorno dell’inaugurazione il Piccolo intitolò solennemente:




IL GRANDE FARO CHE TRIESTE INALZA SU LE ACQUE LIBERATE
PERCHE’ ROMPA LE TENEBRE E RICORDI I GLORIOSI CADUTI SUL MARE



Nell’articolo si leggeva, tra l’altro:




Il Faro si distingue fra tutte le opere di siffatto genere per l'intransigenza del suo carattere monumentale, che il fine pratico cui esso è destinato e che meravigliosamente esso adempie, non perturba nella sua grande linea armonica.



Eretto sovra un'altura, dirimpetto la città, sul mare che già libero dal tumulto portuale vi si distende dinanzi infinito, il Faro ha un'apparenza bella, maestosa e dominatrice, da qualunque punto si affacci improvviso ai nostri occhi.







Ma erano stati fatti conti senza l’oste, anzi “ die Rechnung ohne den Wirt machen”!



Nel 1939 Hitler decise di far spostare il monumento berlinese alla Vittoria nella Großer Stern e, con l’occasione, pensò bene di farlo elevare di altri 7 metri e mezzo aggiungendo un elemento alla colonna e facendo raggiungere all’opera un’altezza complessiva di 69,80 metri, 95 centimetri in più del Faro della Vittoria!





Che smacco per l’Italia!



E’ presumibile che i potenti dell’epoca convocassero il Berlam per far sì che si inventasse qualcosa per riprendersi il primato, magari sostituendo la fiaccola, con una bandiera, con un fucile, con un remo, con una canna da pesca!



C’è da immaginarsi telefoni roventi e telescriventi esauste tra Roma e Trieste, ma fu tutto inutile, il Berlam fu irremovibile. Qualche anno più tardi morirà e con lui, a distanza di poco tempo, anche il Mayer, autore della statua, ma sicuramente fu solo una coincidenza.



Scoppiò la Seconda Guerra Mondiale ed il problema faro-monumentale passò in secondo piano.



Il primato rimase ai tedeschi e continua a resistere anche ai giorni nostri.



Ma il Faro della Vittoria, oltre ad essere un monumento, è anche è soprattutto un faro ed anche qui le sorprese non mancano.



Pochi infatti sanno che, come faro, è per altezza della costruzione, il secondo in Italia, il terzo in Europa ed il quarto nel mondo!



Con i suoi 68,85 metri lo sovrasta in Italia solo la Lanterna di Genova (74,98 metri), in Europa anche il Faro dell’Ile Vierge in Bretagna (82,50 metri) e nel mondo il fuori concorso Faro di Yokohama costruito nel 1961 nel parco di Yamashita, che con i suoi 106,07 metri è, e probabilmente continuerà ad essere per molto tempo, il faro più alto del mondo.






Tutti gli altri fari, presenti nei 5 continenti, sono di statura molto più modesta e sono rarissimi quelli che superano i 50 metri di elevazione.



Basti pensare che il faro più alto degli Stati Uniti è quello di Cape Hatteras (59,74 metri), il più alto dell’Oceania il faro di Cape Wickham, sulla King Island in Tasmania (48 metri), il più alto in Africa è quello di Slangkop Point in Sud Africa (33 metri).



Il Faro della Vittoria si erge poco al di sopra della Strada del Friuli ed è composta da un ampio basamento che incorpora il bastione rotondo dell’ex forte austriaco Kressich.



Al termine del basamento a gradoni è apposta una grande lapide con la scritta " SPLENDI E RICORDA I CADUTI SUL MARE MCMXV - MCMXVIII" e, sopra di essa, è collocata l’effige di un marinaio che scruta l’orizzonte, ideata da Giovanni Mayer (1863-1943) e scolpita nella pietra d’Orsera4 da Regolo Salandini. Tra la statua del marinaio, alta 8,60 metri, e la lapide, è posizionata l’ancora del cacciatorpediniere Audace, prima nave italiana giunta a Trieste il 3 novembre 19184.



Il monumento la cui base è a forma di campana ed è ricoperto da blocchi di pietra di Doberdò5, prosegue verso l'alto restringendosi fino a creare la base del lungo cilindro scanalato che è il corpo del Faro vero e proprio con struttura in cemento armato rivestita da blocchi di pietra di Orsera che culmina con un capitello che sorregge il ballatoio detto “coffa”, con chiaro riferimento all’albero della nave, con il parapetto anch'esso in pietra lavorata.



Sopra il terrazzo è posta la lanterna del Faro, circondata da un terrazzo in ferro e chiusa dalla cupola di bronzo decorata a squame.



Sulla cupola svetta la statua della Vittoria Alata anch'essa opera di Giovanni Mayer, forgiata da Giacomo Srebot6 nella fonderia in via del Solitario, oggi via Foschiatti. La statua simboleggia la dea Nike, portatrice di vittoria, è in rame con un'anima in ferro, è alta 7.20 metri, nella mano destra impugna una corona d'alloro mentre la sinistra innalza al cielo la fiaccola della Vittoria. Le sue ali. furono fatte in maniera tale da non opporre un eccessivo contrasto alla bora e l'anima in ferro fu studiata con un particolare sistema di tiranti e spirali che permettono una leggera flessione delle ali alle raffiche più impetuose. La statua infatti è cava, e lo dimostra il peso relativamente modesto di circa 7 quintali. Successivamente le ali furono traforate per fornire ancora minore resistenza al vento.



Lo stile della statua, progettata e costruita negli anni venti, non poteva che risentire del gusto dell’epoca e del Futurismo che in quegli anni imperava ed onestamente non si può dire sia un capolavoro di bellezza, soprattutto se confrontata con analoghe statue sparse in tutto il mondo7.





Al faro vero e proprio si accede nel piazzale interno da un portale ai cui lati sono sistemati due proiettili della famosa corazzata Viribus Unitis8. Dopo anni di chiusura, oggi si può salire, anche con un comodo ascensore o affrontando i suoi 285 gradini, fino alla “coffa” dalla quale si ha una splendida vista di Trieste.




Fin dalla sua attivazione il Faro della Vittoria ha utilizzato l’energia elettrica.



La lanterna di trova ad un'altezza di circa 130 metri sul livello del mare, il corpo luminoso è costituito da un’ottica rotante che cattura la luce prodotta da una lampadina alogena da 1000 watt attraverso un complesso sistema di lenti. Il faro ha una visibilità di 30 miglia marine, circa 56 chilometri, in condizioni ottimali.



L’impianto, come tutti i fari della nostra penisola, è gestito dalla Marina Militare con personale proprio.



Ogni faro marittimo è caratterizzato da una serie di lampi distintivi per permettere a chi osserva la costa dal mare di riconoscerlo.



Il Faro della Vittoria emette 2 lampi di luce bianca in rapida sequenza con un intervallo tra il primo ed il secondo di 1,8 secondi, seguiti da una pausa di 7,8 secondi. L’intera sequenza dura circa 10 secondi. La rotazione completa dura 45 secondi e va da est verso ovest.



Nelle giornate di nebbia, al segnale ottico viene associato un radiofaro in onde lunghe che emette un tono continuo sulla frequenza dei 299 khz modulato in ampiezza seguito dalla sigla "RD", ripetuta 2 volte, trasmessa in codice morse, che permetteva di regolare l'antenna radiogoniometrica posta a bordo delle navi in modo da segnalare la direzione di massima ricezione, coincidente con la posizione del faro.



Permetteva appunto, perché oggi ci sono sistemi più moderni e infallibili.



Il Faro della Vittoria continua instancabile a scrutare l’orizzonte ammiccando la notte alle navi ultramoderne che passano al largo e che lo degnano solo di uno sguardo, dotate come sono di radar e navigatore satellitare.



Già, ma questo lui non lo sa.





1. Torre bassa e rotonda, costituita da mura spesse e robuste solitamente posta in posizione angolare.


2. Arduino Berlam (Trieste 1880 – Tricesimo 1946) seguì ben presto le orme del padre Ruggero, noto architetto. Si formò a Milano tra il Politecnico e l'Accademia di Brera e collaborò a lungo con il padre. Operò soprattutto nella città natale, firmando non solo abitazioni e palazzi, ma anche monumenti (Faro della Vittoria e lapide virgiliana alle foci del Timavo) e gli interni delle prestigiose navi Saturnia e Vulcania.


3. Pietra carsica istriana della cave in località Orsera, oggi Vrsar.(Croazia).


4. L’Audace venne costruita nei cantieri Yarrow di Glasgow (Scozia) su commessa giapponese e avrebbe dovuto chiamarsi Kawakaze, ma venne acquistato dalla Regia Marina ed entrò in servizio nel 1916. Fu la prima unità ad entrare nel porto di Trieste il 3 novembre 1918 ed il molo a cui attraccò, che si chiamava molo San Carlo, da allora è diventato Molo Audace. Trasformato in nave scorta antiaerea nel 1942, venne catturato dai tedeschi a Venezia il 12 settembre 1943 ed entrò nella Kriegsmarine il 21 ottobre successivo rinominato TA 20. Impegnata come scorta nel Mar Adriatico venne affondato in combattimento dai cacciatorpediniere della Royal Navy.


5. Pietra carsica originaria delle cave di Doberdò (Gorizia)


6. Giovanni Sebroth o Giacomo Sebroth nell’officina di via Donato Bramante secondo altre fonti.


7. Nell’ordine: Victoria Memorial (Londra, GB), Colchester's War Memorial (Colchester, Essex, GB), Siegessäule (Berlino, DE), Faro della Vittoria (Torino), Faro della Vittoria (Trieste)


8. Corazzata dell’Imperial Regia Marina austro-ungarica appartenente alla classe “Tegetthoff” costruita nello Stabilimento Tecnico Triestino e varata nel 1911. All’inizio della guerra riportò a Trieste le spoglie dell’arciduca Francesco Ferdinando ucciso a Sarajevo insieme alla duchessa Sofia.








1 commenti:

Anonimo 25 giugno 2009 22:54  

Si, ma vorrei segnalare una mancanza non da poco: il faro di Berlino del 1873 dell'architetto Stack è una copia lievemente modificata di quello del cimitero di Brescia, dell'architetto Vantini, del 1864, caso raro di faro non marittimo, tuttora in funzione.
So perchè ho fatto la tesi sulle torri bresciane.
Bibliografia: Terraroli Valerio, Il Vantiniano: la scultura monumentale a Brescia fra Ottocento e Novecento, Grafo, Brescia, 1990, pag. 5
architettogalli@libero.it

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